CHIESA DI DONNAREGINA VECCHIA
La chiesa di Donnaregina vecchia, nella sua attuale configurazione frutto dei consistenti restauri effettuati tra il 1928 ed il 1934, si deve all’intervento promosso da Carlo II d’Angiò a partire dal 1293, volto a ricostruire, a seguito dei gravi danni prodotti dal sisma dello stesso anno, un complesso monastico di ben più antiche origini, documentato già nel 780 ed intitolato a San Pietro ad Montes.


La ricostruzione fu fortemente sostenuta da Maria d’Ungheria, moglie di Carlo II, che si impegnò con notevoli elargizioni di danaro, entrando lei stessa in convento a seguito della morte del marito nel 1309. Conclusi i lavori intorno al 1320, la chiesa accolse anche la sepoltura della regina, consistente in uno straordinario sepolcro marmoreo realizzato da Tino da Camaino e Gagliardo Primario (1925-26), tuttora visibile sul fianco sinistro della navata.


L’impianto della chiesa risente della regola francescana ed è concepito come un’aula unica coperta a capriate, sulla quale si innesta un’efficace soluzione absidale di derivazione francese, costituita da una volta a crociera costolonata su pianta pentagonale preceduta da un modulo rettangolare, scandita da alte bifore che rendono particolarmente luminoso l’insieme. A questo schema, l’ignoto architetto angioino aggiunse una singolare e «geniale» soluzione per il coro, che non trovando posto alle spalle dell’abside o nella navata, fu realizzato al di sopra di una struttura basilicale minore, ripartita in tre navate da due file di pilastri ottagoni su cui insistono volte a crociera a spigolo vivo. In questo modo la chiesa risulta suddivisa in un primo spazio tripartito a doppia altezza, avvolto nella penombra, e in un successivo vano di notevole altezza e forte luminosità, che sembra simboleggiare il misticismo dell’epoca. Alla semplice nudità dell’interno si contrapponeva un ricchissimo ciclo di affreschi – di discussa attribuzione ma certamente di scuola di Pietro Cavallini – realizzati nell’arco di un quindicennio a partire dal 1318-20 ed ancora oggi ben conservato nella parte superiore della chiesa e nella cappella Loffredo, essendo scomparsi quelli dello spazio inferiore a seguito di successive manomissioni.


A partire dagli inizi del Cinquecento iniziano significative trasformazioni del complesso, a partire dalla realizzazione di un soffitto a cassettoni riccamente intagliato, che maschera le capriate lignee originariamente a vista, occultando in parte anche il ciclo di affreschi. Ma la trasformazione più significativa si produce intorno al 1620, allorché le monache decidono di costruire una nuova chiesa più consona al gusto dell’epoca, affidando il progetto al laico teatino Giovanni Guarini. L’impossibilità di estendere la costruzione verso l’attuale largo Donnaregina, conduce gli artefici ad invadere con la nuova fabbrica parte dell’abside della chiesa trecentesca, dsitruggendola parzialmente. Perso il ruolo di luogo di culto aperto ai fedeli, la chiesa trecentesca viene suddivisa in due livelli, prolungando il soppalco del coro fino all’abside. Un’ulteriore trasformazione di notevole pregio architettonico è compiuta intorno alla prima metà del Settecento, quando all’originaria facciata della chiesa viene anteposto un chiostrino rettangolare a paraste ed archi rivestiti in marmi policromi, che costituisce l’attuale ingresso alla chiesa.


Nel corso dell’Ottocento inizia il lento declino del complesso, che soppresso ed acquisito dal Comune diviene oggetto di molteplici ed improprie utilizzazioni, da scuola, ad alloggio per i poveri, a sede della Corte di Assise (1866-72), a luogo di riunione della Commissione Municipale della Conservazione dei Monumenti, subendo notevoli alterazioni, tra cui la suddivisione dello spazio inferiore in ambienti separati con pareti murarie che occludono gli originari pilastri ottagoni. A partire dal 1899 lo studioso Emile Bertaux denuncia le gravi condizioni di abbandono del monumento, sollecitando un intervento di restauro che verrà intrapreso soltanto nel 1928 dal soprintendente Gino Chierici, per concludersi nel 1934. Oltre a mettere in luce le strutture trecentesche, con la necessità di effettuare numerose integrazioni, l’intervento – che si segnala tra i restauri più interessanti svolti all’epoca in Italia – affronta il difficilissimo tema della liberazione dell’abside trecentesca dalle strutture realizzate in età barocca, giungendo a spostare un’intera parete del coro della chiesa nuova, affrescata dal Solimena, con l’ausilio di una complessa “macchina” progettata dallo stesso Chierici.


A partire dal 1975 la chiesa è destinata a sede della Scuola di Specializzazione in Restauro dei Monumenti dell’Università di Napoli, mantenendo tale destinazione ancora oggi, grazie ad un comodato d’uso con la Curia arcivescovile di Napoli.

(Andrea Pane)

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